Via Dantis®

LA VIA DANTIS®: UNA ODISSEA AI CONFINI DELLA DIVINA COMMEDIA

La Via Dantis® è una rappresentazione teatrale usufruibile in libro e in film. Il percorso, sulla falsa riga della Via Crucis della cristianità, è stato realizzato nel centro storico monumentale di Mulazzo, antica capitale della marca malaspiniana dello Spino Secco e “domicilio ufficiale di Dante in Lunigiana”, grazie ai preziosi altorilievi in marmo bianco di Carrara realizzati per il CLSD dal maestro Giampietro Paolo Paita. Patrocinatore del progetto il Comune di Mulazzo, nella persona del suo ottimo sindaco, dott. Claudio Novoa.

La Via Dantis® è massima espressione di sintesi della Lectura Dantis Lunigianese. Creata nel 2005 dal dantista spezzino Mirco Manuguerra, essa rappresenta una soluzione di lectura dantis itinerante risolta in nove Stazioni per otto Canti fondamentali. L’idea – un unicum nella tradizione secolare dantesca – è quella di  accompagnare gli spettatori, riuniti in gruppi, dalla Selva Oscura” fino alla “Visio Dei” attraverso un percorso in cui il dantista (che interviene in prima persona in momenti opportuni), coadiuvato da un gruppo di musici e voci recitanti, prende idealmente per mano gli spettatori e li conduce attraverso l’intero percorso ultramondano del Poema dell’Uomo.

Le tappe delle lecture permettono al pubblico di vivere l’esperienza di una traccia completa dell’esperienza del Poema Sacro sviluppata in una chiave esegetica prettamente neoplatonica (M. Manuguerra, Nova lectura dantis, 1996).

STAZIONE I

LA SELVA OSCURA, LA DIRITTA VIA E LA PROFEZIA DELLA COMMEDIA/ VELTRO (Inf I)

La «diritta via» (simbolo del “buon vivere”) e la «selva oscura» (il regno del “mal vivere”) ci informano della differenza che corre tra Etica e Morale. Se la strada, infatti, è il percorso obbligato segnato dalla Morale, il Viaggio è l’insieme delle azioni che siamo chiamati a compiere ogni giorno a beneficio nostro e dell’intera collettività (l’Etica). Fissare i propri leciti sogni ed operare in modo costante per la loro realizzazione è per Dante il segreto di una vita virtuosa e la Divina Commedia è la guida sapienziale per raggiungere la Felicità. Poiché scritta in volgare, dunque comprensibile a tutti, l’opera avrebbe diffuso ovunque, anche nei luoghi più umili («di feltro in feltro»), quasi casa per casa («di villa in villa»), il proprio rinnovato messaggio salvifico universale: la Divina Commedia è quel mitico Veltro liberatore che ricaccerà un giorno la lupa, madre di ogni vizio, nelle profondità dell’Inferno. L’Odissea oltremondana di Dante, che sappiamo durare sette giorni esattamente come la Creazione del Mondo, inizia all’alba del 4 aprile del 1300 e termina al successivo giorno 10, festa della SS. la Pasqua. La visio Dei conclusiva segna dunque il trionfo dell’Umanità – di cui Dante si fa Campione – nell’anniversario del trionfo del Cristo.

STAZIONE II

LE TRE SANTE DONNE: GIUSTIZIA, AMORE E POESIA (Inf II)

Le colonne su cui risulta edificata la struttura della Divina Commedia è costituita dalle tre Sante Donne: Santa Lucia, Beatrice e la Vergine Maria. A ciascuna di loro è associata una Cantica con il relativo valore universale. Santa Lucia (Inferno) è la Giustizia: «Io sono Lucia, nimica di ciascun crudele». Il suo simbolo è una bilancia. Beatrice (Purgatorio) è l’Amore: «Amor mi mosse, che mi fa parlare», «vegno dal loco ove tornar disio…» e il suo simbolo è un cuore.

La SS. Vergine (Paradiso) è la Poesia: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali/che qual vuol grazia ed a te non ricorre, /sua disianza vuol volar senz’ali» ed ha per simbolo una penna d’oca. Ecco, dunque, individuate le tre sequenze principali del Viaggio di Dante: Inferno-Purgatorio-Paradiso; Santa Lucia-Beatrice-SS. Vergine; Giustizia- Amore-Poesia. Dalla necessità di tali sequenze deriva la Relazione fondamentale della Divina Commedia:

| Non c’è Amore senza Giustizia; non c’è Poesia senza Amore |

STAZIONE III

IL “FOLLE CONSIGLIO” DI CARONTE (Inf III)

«Caròn dimonio, con occhi di bragia» si oppone alla Ragione/Virgilio negando a Dante il suo grave traghettamento. Il demone è quindi l’opposto di Virgilio e i suoi occhi fiammeggianti ci parlano di un essere “accecato dalla Pazzìa”… Così la Pazzia/Caronte fornisce a Dante un “folle consiglio” che vuol essere fatale: «Più lieve legno convien che ti porti!». La via alternativa suggerita è quella seguita, alla volta del Monte del Purgatorio, dalla barca ben più leggera dell’Angelo Nocchiero. È questo, esattamente, il celebre «folle volo» compiuto da Ulisse. Si vedrà come l’incontro di Ulisse con Caronte, avvenuto oltre due millenni prima, costituisca la materia di un clamoroso “Canto non scritto” della Divina Commedia.

STAZIONE IV

L’ALTRA FACCIA DI FRANCESCA (Inf V)

Nella grande ambientazione dei Lussuriosi stanno coloro «che la ragion sommettono al talento». La tremenda impetuosità della «bufera infernal» espone le figure di Paolo e Francesca, le quali sono riconosciuti da Dante non perché vanno in due, ma perché «paion sì al vento esser leggieri». Essendo infatti più leggeri di ogni altro spirito, essi aleggiano più in alto di tutti, e sono là, soli, perfettamente riconoscibili quando la rotazione del vortice li porta di fronte allo sperone di roccia dal quale Dante e Virgilio stanno osservando la scena. La valenza della loro “leggerezza” ne lega le figure a quella della «lonza leggera e presta molto» del Canto I dell’Inferno: Francesca, assoluta protagonista, è la personificazione della Lussuria, uno dei tre peccati che macchiarono l’animo di Dante nel suo vissuto presso la «selva oscura» e con cui il poeta deve necessariamente sostenere un confronto riparatore. Al di là dell’apparenza gentile e delicata, in Francesca si cela il mostro della Sirena: da lei sono attratti tutti coloro che annullano la Ragione per il piacere corporale. La figura passiva di Paolo insegna che quando ci si accorge della reale natura del pericolo è ormai troppo tardi e non resta altro che piangere.

STAZIONE V

LA RAGIONE DI ULISSE (Inf XXVI)

Ulisse non è l’Uomo Nuovo che vìola eroicamente i limiti posti da Dio alla nostra Conoscenza: lui viola le Colonne d’Ercole. ma Ercole non è Dio. Ulisse non è neppure l’alter ego di Dante che fallisce la propria missione solo perché non ha conosciuto la rivelazione del Cristo: se avessimo avuto a che fare con una personalità tanto eccelsa, l’avremmo senz’altro incontrata nell’alta dignità del Limbo, in compagnia degli Spiriti Magni (Inf IV). Ciò significa che la celebre «orazion picciola» («Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir virtute e canoscenza») è solo l’usurpazione di uno scranno che non gli appartiene e il segreto del «folle volo» sarà da ricercare nel «folle consiglio» di Caronte. In realtà, non c’è nulla di più diametralmente opposto a Dante dell’Ulisse che Dante stesso ci ha voluto rappresentare: l’obiettivo del Viaggio della Commedia non è la Conoscenza fine a sé stessa tipica del percorso senza ritorno di Ulisse, ma la sua condivisone universale. E se la Conoscenza non è cosa che valga da sé qualsiasi prezzo, allora la via di Ulisse è quella che porta a Hiroshima e Nagasaki. È Dante che ci salva, non Einstein.

STAZIONE VI

LA ROTTA CELESTE DELL’ANGELO NOCCHIERO (Pur II)

Alla spiaggetta del Monte del Purgatorio giunge velocissimo il «più lieve legno» al quale invitava Caronte. L’Angelo Nocchiero parte con il suo carico di anime impure dalle foci del Tevere, dunque anche lui, come Ulisse, esce dal Mediterraneo attraverso le Colonne d’Ercole e muove alla volta del Monte del Purgatorio procedendo verso il polo australe «sempre acquistando dal lato mancino». Siamo di fronte ad una precisa indicazione di rotta: un angolo a cui fissare il timone della nave a Gibilterra affinché il suo moto risulti divergere in modo costante dal parallelo di riferimento nel procedere verso Sud. Descrivendo in tal modo una traccia a spirale sul globo terracqueo per trovarsi all’antipode di Gerusalemme, ove si erge la Montagna Sacra, la nave di Ulisse, non ha fatto altro che seguire la scia ideale lasciata dietro a sé dall’Angelo Nocchiero. Ebbene, solo Caronte può avere fornito a Ulisse quella tratta. Anche Ulisse, infatti, come Dante, secondo quell’intera tradizione classica da lui sempre seguita, era sceso nell’Ade da «anima viva» e non c’è alcuna ragione di pensare che anche nella mitologia peculiare della Divina Commedia non si sia sentito rivolgere quello stesso, eterno sermone: «Più lieve legno convien che ti porti!». Emerge con ciò una potente “Poetica del Volo” per cui le «ali» dell’Angelo Nocchiero si contrappongono agli «argomenti umani» portati dai «remi». Cosa dice, infatti, Virgilio dell’Angelo Nocchiero? «Vedi che sdegna li argomenti umani, sì che remo non vuol, né altro velo che l’ali sue?». E cosa diceva, dall’altra parte, Ulisse? «De’ remi facemmo ali al folle volo». La dimostrazione è compiuta.

STAZIONE VII

LA “NOBILE VALLETTA” DELLA PACE UNIVERSALE (Pur VIII)

Corrado Malaspina il Giovane, marchese di Villafranca in Lunigiana, ghibellino irriducibile, e Nino Visconti, nipote diretto del Conte Ugolino, guelfo orgogliosissimo, convivono in serena amicizia nel contesto già celestiale d’un prato fiorito in Antipurgatorio. È un chiaro affresco autobiografico del soggiorno lunigianese, quando Dante fu il principale artefice della “Pace di Castelnuovo”, siglata tra vescovo e marchesi il 6 ottobre 1306. Ma l’esperienza autobiografica si riflette anche nell’allegoria degli Angeli che cacciano il Serpente: i due «astori celestiali», tanto luminosi in viso da non potersene distinguere i connotati, si fanno espressione di quei due Soli che nel successivo Canto XVI si rivelano essere il Papa e l’Imperatore. Siamo all’anticipazione in allegoria di quella tesi della Pax Dantis che sarà formalizzata da Dante nel trattato maturo della Monarchia. L’intuizione lunigianese di tale filosofia ci è attestata dall’Elogio assoluto dei Malaspina, che è strutturato sulla prima terzina del Poema: la «vostra gente onorata […] sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia”». Quello che i Malaspina ricevono da Dante è un vero e proprio Premio Nobel per la Pace ante litteram.

Nella profezia astronomica che si pone a conclusione del Canto il maestro Livio Galanti identificò nel 1965 il “Termine ad quem dell’arrivo di Dante in Lunigiana”. Dante ci dice che fu ospite nella capitale dello ‘Spino Secco’, il ramo imperiale di casa Malaspina, entro il 12 aprile del 1306.

STAZIONE VIII

L’INNO ALLA VERGINE (Par XXXIII)

La Vergine Madre quale “figlia del suo figlio” è figurazione ardita che vale a dimostrazione finale della Commedia/Veltro: la Poesia – intesa come Musa – è madre del Poema, ma allo stesso tempo essa è creata, verso dopo verso, dal Poema medesimo. La Vergine/Poesia è contemporaneamente madre e figlia del capolavoro dantesco. Maria si fa così di «Speranza fontana vivace»: lo dice anche il verde delle ali e delle vesti dei due angeli custodi di Purgatorio VIII, simboli dei due Soli e per questo grandi speranze dell’Umanità, dei quali si dice che «ambo vegnon del grembo di Maria». Questa idea di Donna sublime è tanto grande che “chi vuole elevarsi e a lei non ricorre è come colui che vuol volare senza possedere le ali”. Maria è perciò la figura suprema dell’intero Poema. Con Lei viene a compiersi in tutta la sua pienezza la Poetica del Volo, poiché è solo grazie a Lei che il Dante Pellegrino è finalmente pronto per la suprema elevazione dell’essere (la Visio Dei). E mentre il Poeta Moderno si accinge a vivere il trionfo supremo nel giorno della Pasqua del 1300, il 10 di aprile, Virgilio è tornato a distanza siderale da lui, nel centro della Terra, nel luogo più lontano da Dio, in Inferno. Il grande vate patriarcale, il Poeta Antico che “cantava l’arme e l’eroe”, è ormai alla massima distanza concepibile dal Poeta Nuovo che canta la Donna e la Pace. Una rivoluzione impressionante che seppellisce di colpo oltre duemila anni di letteratura classica e spalanca sul mondo la luce nuova della piena Modernità.

STAZIONE IX

‘VISIO DEI’: LA PERFEZIONE RAGGIUNTA (Par XXXIII)

Al centro della speculazione dantesca non può esserci che l’Uomo: ecco perché Dante riconosce la «nostra effige» nella forma sublime di Dio. La visio Dei, ovvero la percezione di quei famosi «tre giri di tre colori e d’una contenenza», esprime, oltre naturalmente la Trinità teologica, la sintesi allegorica delle tre Cantiche in un’unica realtà: anche il Poema, infatti, è Uno e Trino come la Divinità («Inferno», «Purgatorio» e «Paradiso») ed è proprio per questo che Dante può prendersi il lusso spudorato di definirlo «sacro». Va da sé che l’unità del Poema segna anche quella delle Tre Sante Donne e degli altrettanti Valori Universali loro affidati: il dominio contemporaneo di Giustizia, Amore e Poesia esprime il raggiungimento della più alta realizzazione dell’Uomo. Così nell’enormità dell’episodio Dante si realizza nel vero Pellegrino, colui cioè che brama di giungere alla propria meta (il Tempio) ma che contemporaneamente sente di dover fare ritorno a casa per arricchire tutti della preziosa esperienza acquisita. Così, non appena ricevuta la visione di Dio, d’un tratto Dante avverte il desiderio («già volvea il mio disio») e la piena volontà («e ‘l velle») di tornare indietro. È quello il momento in cui il Dante-personaggio avverte la necessità incontrastabile di sedersi ad una scrivania, in magica coincidenza con il Dante-autore, per principiare un’opera sublime che fa «Nel mezzo del cammin di nostra vita». La Commedia, proprio come la «rota ch’igualmente è mossa», costante ed eterna, de «l’alte stelle», dal primo verso ci porta all’ultimo e dall’ultimo ci rimanda al primo in una «circulazion perfetta» ed infinita che è tipica dell’assoluto di Dio.

Così termina il più grande poema mai scritto, dove il Verbo del Cristo e la Poetica di Dante giungono mirabilmente a piena coincidenza attraverso due cammini equivalenti ma condotti su due prospettive inverse: mentre il Cristo, trattando dell’Uomo, urla il Divino, Dante, trattando del Divino, urla l’Umanità.

La Commedia è finita, andiamo in Pace e che il Veltro sia sempre con noi.

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